La Paura del Proprio Potenziale

 

Ma esiste un altro tipo di verità da cui tendiamo ad evadere. Non soltanto ci aggrappiamo alla nostra psicopatologia, ma tendiamo pure a sfuggire all’accrescimento personale, poiché anche questo può comportare un altro tipo di paura, di terrore, di sentimento di debolezza e di inadeguatezza.”

 

Questo scrive A. Maslow in “Verso una psicologia dell’essere“, individuando una paura diversa e forse più profonda della  difesa dell’immagine dell’io, o del rifiuto parti che riteniamo brutte o inaccettabili. Esiste anche il timore della propria grandezza, il desiderio per lo più inconscio di sfuggire al proprio meglio, il tenersi lontano e il rifuggire dal pieno sviluppo delle proprie potenzialità.

“Troviamo così un altro tipo di resistenza, la negazione del nostro lato migliore, dei nostri talenti, dei nostri impulsi più belli, delle nostre potenzialità più elevate, della nostra creatività”

 

E’ interessante chiedersi da cosa deriva questa paura e come la manteniamo in vita, dato che sembra davvero costituisca un grosso limite per una vita più ricca e soddisfacente.

Con questo atteggiamento non ci difendiamo nei confronti di qualcosa che viene percepito come negativo, basso o malvagio, ma tendiamo a sfuggire alla bellezza e al potenziale positivo, che dimora in noi, al talento che possediamo alle nostre doti creative, e anche alla nostra natura spirituale.

Continua infatti  Maslow:

“E’ precisamente la parte simile a Dio entro noi stessi quella circa la quale siamo ambivalenti, affascinati e allo stesso tempo atterriti, da essa motivati e contro di essa difensivi.”

Soffermiaci ancora un momento su questo: “temiamo la nostra natura divina, la parte di noi più simile a Dio, da essa sfuggiamo…” lasciamo un po’ entrare questa frase in noi e sentiamo che effetto ci fa…

Uno dei motivi per cui siamo restii nei confronti della nostra grandezza è secondo Maslow è “ il timore dei pericoli ,delle responsabilità e dei doveri. (…) Si può considerare la responsabilità come un pesante fardello, e le si può sfuggire il più possibile.”

Secondo Maslow sfuggiamo all’accrescimento personale in quanto esso comporterebbe dei rischi delle responsabilità, come il non potersi più aggrappare a false consolazioni, smettere di vivere secondo schemi abituali come la lamentela il giudizio o l’autocommiserazione.

Ma credo ci sia anche un condizionamento culturale molto pesante che ci spinge nella direzione del sentirci manchevoli e inadeguati.

Penso al sistema del consumismo, che ci suggerisce costantemente che senza il prodotto “x” non possiamo essere felici o stimati o sentirci sodisfatti. Molti messaggi che riceviamo sin dall’infanzia ci intimano di stare al nostro posto, di adeguarci alla realtà esterna e che non dobbiamo fidarci del nostro sentire interno. E’ ciò che è stato descritto nella psicologia umanistica come il sacrificio della saggezza organismica, lo spostare i criteri di regolazione propri dell’organismo umano verso forma di regolazione esterna.

Piuttosto che agire in base al riconoscimento consapevole dei nostri bisogni, ad un sentire interno, veniamo educati a stare sopratutto attenti alla riprovazione sociale, o al giudizio che altri signifiicativi danno rispetto ciò che è buono giusto o migliore.

Da un’altra parte il sistema coccola il nostro ego; se non può darci davvero la grandezza di cui abbiamo bisogno, allora ci spinge a soddisfare tutte le aspettative del nostro io inferiore che vanno ulteriormente a soffocare le nostre aspirazioni più autentiche e animiche.

Ci viene offerto l’egocentrismo in cambio dell’amore di sé.

E molto spesso accettiamo lo scambio volentieri in quanto il secondo è rischioso, difficile, responsabilizzante.

La nostra verità interna, sembra essere il bene più prezioso che abbiamo perduto. Questa verità è prima di tutto una verità organismica, è il sapere del corpo, è il linguaggio delle sensazioni, delle immagini, la narrazione delle emozioni e dei sentimenti.

Tornare a dare valore alla propria verità interna implica un viaggio all’interno di se stessi, un viaggio lungo a volte difficile ma anche ricco e pieno di gioiose scoperte. Contare sul proprio sapere interno significa fare affidamento su di sé, sul proprio unico modo di sentire il mondo, trovare fondamenti alla fiducia, senza chiudersi in un soggettivismo sterile, ma in un apertura relazionale, che nasce in primis da un contatto sano con il proprio ambiente interno.

Crescere, dunque significa svilupparsi continuamente, nella direzione della nostra natura originaria,  del proprio potenziale umano.

Essere pienamente sani, significa soprattutto ricominciare a fidarsi del proprio sentire, mettersi in contatto con la saggezza del corpo, riscoprire il proprio potenziale intuitivo e immaginativo, sviluppare la capacità di  progettare nuovi modi di essere, aprirsi alla esperienza e valorizzare la propria unicità e  specificità.

Ognuno di noi può tornare a progettare e inventare se stesso e la propria vita in modo sempre nuovo ed originale, unico e irripetibile, esplorare nuove possibilità, riconoscere i propri bisogni più intimi e perseguirli creativamente. Ciò che in noi è più intimo è anche ciò che abbiamo di più prezioso, la nostra potenziale grandezza che tanto temiamo.

Fidarsi veramente di questo potenziale, fa si che ci stia a cuore la realizzazione degli altri tanto quanto la nostra, perché ne intuiamo la profonda e intima connessione. Quindi la crescita personale non può non essere anche crescita relazionale e collettiva e dunque anche spirituale, per quella antica legge che suggerisce che il bene quando condiviso anziché diminuire aumenta.

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