Davvero vogliamo politici migliori?

politici

 

Odio virtuale, identità a buon mercato,  apertura del cuore, ovvero come sentirsi meglio (e ristagnare) disprezzando qualcun altro

 

Ma è proprio vero che la stragrande maggioranza degli italiani vorrebbe dei politici migliori? Premetto che non intendo certo difendere la classe politica dalle sue infinite manchevolezze, ne sottovalutare l’importantissimo lavoro sociale e culturale e politico che molti cittadini in tante forme diverse stanno realmente mettendo in atto. Intendo solo spostare il focus un pochino per mettere in evidenza alcuni aspetti forse ancora  poco esplorati della questione “buoni” cittadini vs “cattivi” politici.

Davvero tutti quegli italiani che dicono di desiderare disperatamente politici e una politica migliore, lo vogliono davvero? Se fosse vero questo, sarebbe perlomeno un po’ strano che questo volere così grandemente condiviso non si sia ancora realizzato nemmeno un po’, anzi le cose sembrerebbero andare in tutt’altra direzione. E visto che la situazione sembra essere questa chiedersi come mai sembra importante ed interessante. La mia tesi è il desiderio di miglioramento non sia vero x molti di quelli che dicono di volerlo (ma non per tutti!) e che costoro ad un livello probabilmente non del tutto conscio vogliono anche il contrario ed operano per esso.

Pensate a tutte le persone che passano il loro tempo a insultare o denigrare la classe politica, sia sul web che altrove. L’investimento di moltissime persone nell’odio e nel disprezzo, vedi ad esempio  il caso dei terrificanti insulti a Laura Boldrini, è esemplificativo. Queste persone traggono un enorme vantaggio secondario dall’avere cattivi politici: possono permettersi di odiarli, di insultarli, di dileggiarli e dunque di sentirsi superiori. Per un po’ possono dimenticare l’insoddisfazione, ciò che manca nelle loro vite, ciò che non hanno e che in qualche modo, diventando soggetti attivi potrebbero cominciare a darsi.

In questo modo possono evitare di cambiare qualcosa nelle loro esistenze, di mettersi in discussione, di intraprendere un cammino di crescita, di consapevolezza, di autoconoscenza e  trasformazione di sé che si riverberi anche in azione sociale, Se invece la colpa di ciò che non va è sempre e solo all’esterno, fuori di noi, noi non siamo mai chiamati in causa, perciò nonostante le dichiarazioni roboanti ed urlate inconsciamente non desideriamo davvero che le cose migliorino. Questo spiega in parte anche il successo degli imprenditori dell’odio tipo Salvini ecc..

Chi trae vantaggio dalla lamentela, chi costruisce il suo senso del sé sul sentirsi migliore di altri,appositamente disprezzati, sia esso il politico corrotto, la presidente “maestrina”, la donna che non avrebbe i requisiti per ricoprire un ruolo importante nelle istituzioni,  il migrante e chi li difende, il buonista, ecc.. difficilmente vorrà davvero che mutino davvero le condizioni che permettono tutto questo. Chi sarebbe senza di loro? Potrebbe guardare un po’ meglio dentro di sé? Lo reggerebbe?

Si può ottenere un senso di identità a buon mercato, odiando e contrapponendosi violentemente a a qualcuno, ma tale senso di identità essendo naturalmente inautentico, in quanto non si basa sulla crescita e sulla coltivazione delle proprie qualità specifiche, né di quelle più propriamente umane, ma all’opposto proprio sulla mortificazione di esse, naturalmente alla lunga non regge e non soddisfa veramente, ha bisogno di essere costruito continuamente e alimentato odiando  e disprezzando sempre di più e sempre più persone e sempre più categorie separando, etichettando, disprezzando.

Questo è anche abbastanza ovvio, ma non sembra una consapevolezza sufficientemente in circolo nella cultura diffusa. Se un senso positivo di sé è così a buon mercato, così facile, semplicistica è molto probabile che che un falso, la fregatura è praticamente garantita.

Un bisogno così profondo come quello dell’identità del senso del proprio valore, dell’autoapprezzamento e dell’amore di sé non può essere ottenuto con facili stratagemmi e senza pagare il giusto prezzo.

Abraham Maslow parlava di “percezione basata sulla carenza”, cioè di un modo di percepire la realtà pesantemente influenzato dai bisogni carenziali del soggetto, quindi dalle proprie mancanze e insoddisfazioni.

Percependo la realtà in modo rigido stereotipato, dicotomico, la persona cerca di soddisfare bisogni di sicurezza di appartenenza di autostima che non è riuscito a soddisfare precedentemente o attualmente in una altra modalità più sana.

Una percezione più genuina della realtà può realizzarsi solo se la percezione è libera dal bisogno di sicurezza e di identità, ed è motivata dall’accrescimento, cioè dalla spinta al compimento della propria umanità, dal realizzarsi delle potenzialità della natura superiore intrinsecamente buona.

In questa dimensione la conoscenza della realtà è sempre meno deformata dai  desideri e bisogni carenziali del soggetto, da situazioni non risolte, ma è orientata da un attitudine accogliente, da indifferenza creativa,  da una consapevolezza non giudicante, da apprezzamento genuino e  interesse per l’essere in quanto tale, non in quanto utile per sé.

I casi di odio più o meno velato in rete sembra quanto mai diffuso, basta scorrere i commenti di una notizia qualunque per vedere come immediatamente si crea una rissa virtuale tra i commentatori con reciproci scambi di insulti ed etichette poco gratificanti. Quello che credo piaccia a molti sia la soddisfazione che viene dallo sperimentare quello che ho chiamato “il potere dell’etichettamento”.

Etichettare un’altra persona o un gruppo, definirlo in una categoria, significa in un certo modo psicologicamente “possederlo”. Quando ho detto che sei un pidiota ormai so tutto di te, se sei un grullino o un complottista altrettanto.

Se posso facilmente inserirti in una categoria ho potere su di te, un potere chiaramente illusorio, ma almeno come tale viene percepito, e per un po’ inebria e soddisfa proprio come una droga e come una droga dà assuefazione.

In realtà in questo modo il vero potere personale viene perduto,  la nostra parte più umana e preziosa ristagna e si annichilisce,  perché non conosciamo mai l’altro, non entriamo in una relazione con apertura onestà e umiltà.

Limitiamo fortemente le nostre stesse facoltà quando ci accontentiamo di un giudizio, un nome, un concetto, piuttosto che dell’incontro reale, lecchiamo la carta del menù e non vediamo la tavola imbandita, chiudiamo l’esperienza piuttosto che aprirci all’ignoto ed arricchirci.

La cosa sarebbe certo più faticosa e rischiosa, eppure l’unica davvero in grado di soddisfare i nostri bisogni più autentici. Il detto evangelico “chi giudica sarà giudicato” a mio avviso racconta proprio di questo ritorcersi del giudizio contro chi lo pratica con disinvoltura, non tanto perché un qualche dio punitivo ci giudicherà a sua volta, quanto perché è il nostro stesso giudicare che ferisce la nostra anima, ciò che è più vivo in noi,

Il giudizio limita la nostra capacità di comprensione, di empatia, di apertura del cuore, e dunque ci impoverisce e rende più infelici. Questa infelicità può essere a sua volta di nuovo mascherata temporaneamente tramite qualche “dose” di’odio virtuale, alimentando il circolo vizioso.

Questo ridurre l’altro essere umano ad un qualcosa di definito chiuso e manipolabile ad un estremo può portare alla violenza reale e alla possibile eliminazione fisica dell’altro, (terrorismo, integralismi, guerre etniche ecc..) ormai ridotto a cosa, privato di valore e dignità nel pensiero e nelle fantasie.

Ma sembra esserci una legge inesorabile che molti sembrano ignorare, e cioè che più togliamo dignità e valore all’ altro e più facciamo la stessa cosa a noi stessi.

Quale dignità umana ha il generale nazista che porta i bambini nelle camere a gas? Dov’è l’umanità del terrorista  che uccide persone a caso che conosce solo nelle sue fantasie malate sotto l’etichetta di infedeli, o del politico avido che danneggia la comunità di cui è parte? E di colui che  sul web augura stupri alla donna politica dello schieramento avverso? Anime mutilate non possono essere davvero felici, possono solo inseguire caricature della felicità e della realizzazione, facendo enormi danni a se stessi e agli altri

Dunque credo sia pericoloso giustificare l’odio e la violenza verbale e mediatica come alcuni fanno con la scusa (o il dato di fatto) che i politici sono cattivi e incapaci, oppure oggettivamente antipatici, sia perché come ha scritto splendidamente Etty Hillesum morta nei campi di concentramento nazisti, “ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale”,  ma anche perché continuiamo così a mantenere in vita le condizioni stesse che apparentemente denunciamo.

Dovremmo chiederci forse se siamo disposti a rinunciare alla lamentela continua, all’odio, rinunciare al potere di etichettamento dell’altro, al gusto perverso del giudizio malevolo, a tutti i vantaggi che questi atteggiamenti direttamente o indirettamente ci procurano, in particolare nel nel mantenere in vita un identità a buon mercato.

Si potrebbe magari cominciare a riconoscere e a rinunciare al cibo tossico dell’odio e dell’ etichettatura squalificante,  e cominciare a cercare del cibo davvero nutriente, nelle forme e nei modi a ciascuno più consoni.

Partire d qui, se vogliamo anche da una sana indignazione piuttosto che dalla sfiducia cronica. Il potere più prezioso che abbiamo, e che non possiamo coltivare a buon mercato,  comincia al nostro interno, e riguarda i noostri pensieri emozioni aspirazioni e risorse, ci interroga su che tipo di persone che vogliamo essere, sul contributo che possiamo dare al mondo, ed è un potere che si può incrementare solo con gli altri anziché sugli altri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *