Assenza di scopo e gentilezza, come coltivarli nella Mindfulness

 

E’ interessante notare quanto anche nelle nostre attività più semplici sia sempre presente l’idea di uno scopo di un fine che giustifichi quello che stiamo facendo; beviamo perché abbiamo sete o perché c’è una bevanda che ci piace, usciamo di casa perché abbiamo lo scopo di arrivare all’ edicola e via dicendo.

Ci sembra strano addirittura insensato immaginare una qualche forma di attività che sia senza  uno scopo preciso.

Infatti ci verrebbe subito da dire che se qualcosa non ha scopo allora è inutile, una perdita di tempo. E questo ha in un certo senso anche un fondamento di verità. (Anche se in realtà si tratterebbe più di una  perdita “del “tempo” che “di” tempo)

Pensiamo però anche quanto sia limitante essere troppo soggetti a quello che chiamiamo obiettivo, scopo o meta.

Innanzitutto perché è un selezionatore dell’esperienza, funziona come un filtro; quello che non considero importante rispetto a ciò che mi sono prefissato consciamente o inconsciamente, lo trascuro, lo ignoro, non mi interessa o non lo vedo proprio.

La nostra idea di scopo, di un fine da raggiungere, genera facilmente un restringimento della nostra percezione, depotenzia i nostri sensi, indebolisce aspetti della nostra sensibilità, ci spinge a focalizzare l’attenzione solo su alcune cose ed escludere altri numerosi aspetti che vengono considerati marginali se non addirittura fastidiosi.

Quando invece sono proprio qui segnali che tendiamo ad ignorare che possono farci cambiare prospettiva e mettere in discussione le premesse implicite che guidano il nostro comportamento conoscitivo, il modo in cui guardiamo al mondo e che sfugge alla nostra consapevolezza.

Proprio quei segnali che ci sembrano poco interessanti sono di cruciale importanza per un “salto percettivo”.

Pensiamo ad esempio quando ascoltiamo il respiro, spesso non sappiamo cosa e come guardare, perché ci sono molte sensazioni, ma molte di queste ci sembrano senza importanza, trascurabili, non degne di piena attenzione, quel piccolo formicolio lì, quel movimento intercostale che ci sembra scontato, così piccolo e infinitesimale da non valere la pena di essere colto osservato e ascoltato con la nostra piena attenzione, con tutto il nostro cuore.

Abbiamo delle convinzioni molto radicate che ci dicono che per ascoltare pienamente qualcosa questo qualcosa deve essere interessante, stimolante, ne deve valere la pena!

In questo modo però sezioniamo la vita in ciò che è importante e ciò che non lo è e in questo modo trascuriamo gran parte della nostra esperienza, indebolendo la nostra energia vitale, alimentando l’insoddisfazione.

Una pratica molto interessante, ma non facile, prevede di esercitarsi nel dare pieno ascolto e importanza e a ciò che ci sembra non lo abbia e non ne sia degno, a ciò che relegheremmo sullo sfondo, soprattutto nel campo dell’esperienza corporea, ma anche di ciò che appare alla mente, i vari pensieri ecc. Dare importanza ai pensieri non deve essere inteso come un dargli alimento e assecondarli, ma nel senso di notarli molto chiaramente.

Qui si inserisce il guardare senza scopo, guardare senza voler fare qualcosa di ciò che stiamo sperimentando. Non siamo interessati a trarne subito piacere e gratificazione, anzi siamo disposti ad ascoltare anche lo spiacevole, il disagio la noia. Questo può aiutarci a mettere in luce quanto siamo dipendenti dal piacere e dall’agio.

Come si collega questo con la gentilezza? Pensiamo ad esempio alle relazioni. Come ci sentiamo se sappiamo che qualcuno sta parlando con noi con lo scopo di convincerci delle sue opinioni? Ci sentiamo ascoltati, riconosciuti, accolti?

Certo potremmo pensare allora lo scopo “giusto “sia il semplice ascoltare, e questo è già un idea di scopo molto più ampia e spaziosa, somiglia più ad una direzione,  piuttosto chea qualcosa che vogliamo afferrare, è una retta intenzione che diamo al nostro agire.

E’ qualcosa di differente dall’ avere uno scopo,  in un senso più egoico, dove l’io con le sue preferenze ed attaccamenti rimane centrale, mentre l’ascolto reale può far cadere tutto questo ed essere molto minaccioso per l’io.

Quindi se pensiamo che la persona che si prefigge nei nostri confronti un obiettivo ben preciso, non sia molto carina con noi, possiamo riflettere su quanto spesso noi non lo siamo con noi stessi e di conseguenza con gli altri.

Così possiamo cominciare ad intuire quanto sia importante e fondamentale coltivare la gentilezza verso se stessi.
Nel guardare a noi stessi per esempio con l’intenzione di cambiare quello che non va bene, di migliorarci, di notare tutti i nostri difetti per sbarazzarcene, ad esempio non siamo propriamente dei campioni di gentilezza e di benevolenza. Quindi il nostro non avere scopo, il guardare a noi stessi senza scopo dovrebbe essere inteso proprio come creare spaziosità, allargare lo sguardo, aprire la prospettiva, disporci a lasciar cadere progressivamente i nostri obiettivi (notandoli e portando anch’essi alla consapevolezza) e le nostre idee su quello che dovrebbe essere la pratica (e poi la vita) accogliendo tutto quello che si presenta con sguardo gentile ed amorevole, con la stessa modalità.

E’ il Buddha stesso a esortarci in questa direzione, a coltivare verso noi stessi l’amore di una madre per il suo unico figlio. Possiamo essere amorevoli come una madre per noi stessi? Essere padri e madri di noi stessi?

Essere senza scopo è:

  • Continuare a guardare anche se sembra non stia accadendo nulla
  • Rimanere con l’incertezza senza perdersi
  • Rimanere interessati senza sapere bene a cosa
  • Coltivare la fiducia nel processo del guardare/vedere/conoscere
  • Lasciar emergere i contenuti anziché andarli a cercare
  • Sospendere il giudizio
  • Aprirsi nel “non agire”
  • Rinunciare all’urgenza classificatoria” (il bisogno di arrivare subito a conclusioni, a definire l’esperienza)
  • Valorizzare il processo di scoperta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *