Oltre il recinto c’è la vita. Cambiare si può

cambiamento

Cambiare è rischioso e comporta impegno e fatica.

Richiede di aprirsi al nuovo, di avventurarsi nello sconosciuto.

Non tutti sono disposti ad uscire da ciò che è familiare e rassicurante, dalla sfera delle abitudini acquisite.

Ci si avvicina alla possibilità del cambiamento spesso attraverso il dubbio, l’incertezza o la paura, o attraverso un “economia energetica” che lo valuta troppo dispendioso o faticoso, la nostra terribile finanziaria personale; la BCE che è dentro di noi.

Così molti permangono nella stagnazione del già noto.

E’ curioso notare invece come l’energia spesa in un cammino di crescita sia simile ad investimento molto produttivo: si ha un enorme ritorno in termini di vitalità, autostima, entusiasmo, potere personale, fiducia.

La fatica del cammino interiore è una fatica che nutre, e non svuota.
Mentre la “non-fatica” del non-cambiamento svuota e non nutre.

Così alcuni, la maggior parte a dire il vero, sono spinti ad intraprendere un percorso di cambiamento quando la fatica del rimanere nella condizione attuale diventa troppo alta e inizia a superare quella che si immagina debba venir spesa per avviare un processo di trasformazione.

Questo tipo di motivazione ad iniziare un cammino (che sia un percorso di counseling, arteterapia, una psicoterapia, oppure un cammino spirituale -meditativo, o altro) è a mio avviso di tipo “autoprotettivo”, è volto a tutelare se stessi dal peggio.
Si sceglie di cambiare perché si è quasi costretti, per non peggiorare, perché così non si può continuare.

Questa motivazione autoprotettiva, sebbene abbia il pregio della urgenza e della spinta della necessità, spesso tende ad indebolirsi lungo il percorso e tende ad esaurirsi facilmente non appena un adattamento accettabile viene raggiunto.
L’inerzia iniziale spesso si ripresenta giusto qualche passo più in là.

Oppure si può intraprendere un cammino perché si intuisce o si è sperimentata in qualche modo l’energia del cambiamento volontario, la fatica nutriente dell’impegno e della responsabilità, la freschezza rinnovante della disciplina interiore, il gusto dell’avventura dell’ignoto che ci riavvicina a noi stessi.

Questo cambiamento è volontario, proattivo e in un certo senso gratuito.

Nasce quando si riattiva in noi la “pulsione autorealizzativa”, la tendenza all’autocompimento, la spinta verso il pieno sviluppo della personalità umana, di cui parlano le tradizioni spirituali, la filosofia e la psicologia umanistica.

Anche questo cammino nasce da una sorta di disagio, di un sentore dell’indisponibilità interiore a lasciare tutto com’è, ma non tanto per una costrizione della sofferenza quanto più per una intuizione, una visione di una vita piena, di ricchezza esistenziale, di una felicità possibile.

Il cammino richiede impegno, ma come dicevamo, ci ripaga con una moneta di più alto valore, ci restituisce la verità di noi stessi, la nostra umanità e autenticità.
E non c’è sicurezza, agio o zona di confort che possa valere altrettanto.


Si comprende che si può essere di più e altro, che la crescita e lo sviluppo attraversano tutte le età, che si può amare, gioire e anche soffrire, di più e meglio, pienamente e in modi sempre nuovi, insomma che “oltre il recinto c’è la vita”, e quella vita è una sorgente ricca che si vuole assaporare, gustare onorare e celebrare.

Il vero cambiamento comunque non è diventare qualcos’altro, ma è tornare a se stessi, alla nostra essenza sacra e originaria, piuttosto che continuare a sfuggirvi.

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